Discorso pronunciato dal Presidente della Fondazione Trentina Alcide De Gasperi prof. Giuseppe Tognon pronunciato mercoledì 10 dicembre, al Viminale, in occasione dell'intitolazione della Sala del Consiglio ad Alcide De Gasperi e alla presenza del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella.
Viminale, 10 dicembre 2025.
Intitolazione della Sala del Consiglio dei ministri a Alcide De Gasperi
Intervento del prof. Giuseppe Tognon
Presidente della Fondazione Trentina Alcide De Gasperi
Leggi il testo integrale
Le pagine di storia che dal 25 luglio 1943 al 1961 sono state scritte in questa sala del Viminale sono tra le più importanti del secolo e della Repubblica. Alcide De Gasperi ne è stato il protagonista indiscusso per quasi dieci anni. Ministro nei governi Badoglio e Parri fu l’ultimo Presidente del Consiglio del Regno e, sei mesi più tardi, il primo della Repubblica. Lo fu per sette anni fino all’agosto del 1953. Il mancato successo nelle elezioni del 1953 tenutesi con la nuova legge elettorale, che prevedeva un premio di maggioranza alla coalizione che avesse ottenuto il 50% dei voti, minò la sua leadership.
È singolare che De Gasperi si sia trovato sempre al centro delle grandi transizioni istituzionali dell’Italia unita: alla fine della Prima guerra mondiale con la caduta dell’Impero austroungarico; all’avvento del Fascismo e quando cadde anche per mano della Resistenza; infine nel momento in cui per volontà popolare la monarchia dovette passare la mano alla Repubblica in quel magnifico e complesso giugno 1946. 4 novembre 1918, 22 ottobre 1922, 8 settembre 1943, 25 aprile 1945, 2 giugno 1946: sono tutte date degasperiane. Lui c’era e da protagonista.
Altrettanto singolare è l’attualità di De Gasperi. Gran parte delle questioni che oggi affrontiamo riportano a lui: il tema della laicità in politica; della compatibilità delle libertà con la democrazia; della difesa europea (De Gasperi vedeva la CED come la premessa per una federazione politica); il rapporto tra atlantismo ed europeismo; la compatibilità tra capitalismo e dignità umana; la dottrina dei partiti e della classi dirigenti; lo studio dei modelli di governo; la questione dei confini (sua la costruzione dell’autonomia speciale del Trentino-Alto Adige) e del rapporto tra le dimensioni territoriali all’interno dello Stato.
Da queste stanze De Gasperi ha guidato otto governi, tre di unità nazionale e, dopo la rottura del 1947, cinque di unità liberal democratica. Il Centrismo, formula usata per indicare le coalizioni nella prima legislatura tra il ‘48 e il ‘53 non dice tutto della sua strategia di governo: la volontà di De Gasperi di porre la DC al centro dello schieramento politico senza guidare governi monocolori si fondava sulla convinzione che il cattolicesimo politico – protagonista emergente della storia repubblicana – avesse il compito e l’onore di mostrare che il disegno costituzionale di una democrazia compiuta non era incompatibile con la tradizione risorgimentale, liberale e socialista.
L’antifascismo era per lui la «premessa ricostruttiva» che doveva impegnare tutte le forze politiche. I verbali dei Consigli dei ministri durante la sua presidenza sono vere pagine di storia. Emergenze piccole e grandi si accavallavano con questioni strategiche e politiche alquanto complesse, che toglievano il respiro. Nel 1947 al congresso di Napoli della DC avvisò che «la democrazia non era semplicemente uno Statuto e la Repubblica non era semplicemente una bandiera […] ma veramente un regime molto duro, un regime che esige(va) un addestramento e una vigilanza continua». Con lo sforzo quotidiano bisognava «creare la democrazia dell’abitudine, nel parlamento, nel governo, nei partiti e nelle associazioni».
De Gasperi era per un modello di «democrazia governata e governante» che permettesse di sciogliere il nodo dei rapporti tra parlamento ed esecutivo, sul quale si era consumata la crisi del regime liberale. Quando all’apertura dei lavori della Costituente affermò che si era «gettato un ponte sull’abisso tra due epoche» non intendeva riproporre la semplice ripresa del parlamentarismo prefascista. La sua ambizione era di giungere al più presto ad una normalità democratica che si integrasse stabilmente con le libertà dei moderni e con lo spirito evangelico del cristianesimo.
Fu per alcuni anni anche ministro degli Esteri e delle Colonie. Era convinto che la politica internazionale fosse la madre di ogni politica nazionale. Poi affidò la politica estera ad un brillante diplomatico di lungo corso, il conte Sforza, anche se era inviso a molti nel suo partito. Guidavano una pattuglia di ambasciatori molto capaci ai quali in più occasioni De Gasperi raccomandava di adoperarsi affinché, cito, «la soluzione del problema italiano avvenisse in termini europei» (a Carandini 16 marzo 1946). Già nel maggio 1945, scrivendo a Saragat, ambasciatore a Parigi, raccomandava di «mantenersi sempre umani ed europei». L’ associazione tra umanità e spirito europeo rimase la stella polare delle sue riflessioni sul futuro del continente.
Se riflettiamo, le grandi pagine di storia parlamentare del decennio degasperiano sono relative alle scelte internazionali: il trattato di pace, il piano Marshall, l’adesione alla Nato, l’istituzione del Consiglio d’Europa, il processo federale europeo e la Comunità di difesa, gli accordi commerciali e per l’emigrazione… Preparando il discorso del 21 gennaio 1946 alla Consulta nazionale sulla politica estera, annotò per sé i seguenti punti: «Mio primo dovere è stato di tener viva e alta sopra i partiti e le contingenze la preoccupazione del nostro destino come nazione nella vita internazionale.
Non è semplicemente politica di un governo che passa, è un rendiconto della nazione italiana davanti al mondo. Bisogna averne consapevolezza. Il popolo italiano non seppe della guerra, e ora deve invece sapere della pace. Qui non si difendono privilegi, interessi di famiglie regnanti, feudi di signori, nè petroli, nè tesori minerari ma in patria, nelle colonie, nella diaspora, il diritto alla vita e al lavoro di un popolo». La vicenda del Trattato di pace fu pesante. Noi oggi dimentichiamo quanto quel trattato fosse duro. De Gasperi colse subito che per l’Italia si poneva prima di tutto il problema di ristabilirne la sovranità.
I governi De Gasperi non hanno soltanto tracciato il solco della politica estera italiana, atlantista per necessità, europeista per profonda convinzione, multilaterale per metodo. Le scelte fatte da De Gasperi tra il 1948 e il 1954 hanno introdotto nel DNA della politica italiana che si riconobbe nella Costituzione la convinzione che alle parole d’ordine di giustizia e di libertà dovesse aggiungersene un’altra, la pace e il rifiuto della violenza. Fu lui che inserì, accanto all’ideale di libertà proprio delle forze liberali e a quello di giustizia tipico delle forze socialcomuniste, l’ideale della pace, premessa di solidarismo cristiano. La pace non era più l’ideale kantiano ma il principio regolatore dell’azione politica democratica e il fattore che portava ad unire il foro interno e il foro esterno, del singolo e delle nazioni. La pace degasperiana era spirito di solidarietà umana, fattore di civiltà e condizione di progresso, aspirazione al bene.
Nell’Italia liberale la Presidenza del Consiglio tendeva ad assumersi anche la responsabilità degli Interni – Giolitti per dieci lunghi anni. Dal luglio 1946 al febbraio 1947 anche De Gasperi unificò nella sua persona i piani del palazzo del Viminale. Poi però spostò la sua attenzione dalle politiche d’ordine interno all’ordine internazionale. Per gli Interni indicò un fedelissimo, Mario Scelba, pupillo di Sturzo, troppo spesso a torto vituperato. Scelba è stato il più duraturo ministro degli interni dell’età repubblicana, secondo nella storia solo a Giolitti (9 anni, di cui 6 ininterrotti). Lavorava con un’ intensità d’azione che rassicurava De Gasperi, conscio dell’assoluta passione democratica del suo ministro. Condividevano entrambi l’amara convinzione che la debolezza del governo nel reprimere le violenze fasciste era stata la vera causa della conquista del potere da parte di Mussolini. Temevano che lo schema si ripetesse per le pulsioni insurrezionali dei comunisti. Troppe armi circolavano nel paese. Troppe ambiguità avvolgevano la dialettica politica. Gli apparati dello Stato erano da rifondare.
Sul piano economico le scelte di De Gasperi operarono una profonda virata. Le ricette dei principali partiti erano molto diverse, caratterizzate ancora da concezioni di tipo coercitivo e corporativo. De Gasperi puntò al contenimento della spesa pubblica e alla lotta all’inflazione. Difese sempre una linea di liberalizzazione del mercato interno e degli scambi con l’estero, con la regia di Einaudi governatore della Banca d’Italia e poi suo ministro.
Ruppe con ogni concezione corporativa della società e favorì anche fra i cattolici l’emergere di una nuova concezione del rapporto tra Stato, mercato e società. Aprì la strada ad un’economia sociale di mercato che attraverso la produzione di beni e di servizi permettesse una sufficiente accumulazione di capitale da consentire che la sua successiva redistribuzione non determinasse nuove fragilità allo Stato. Era consapevole dei sacrifici richiesti e fece avanzare alcune riforme sostanziali, come la riforma agraria o l’intervento per il Mezzogiorno.
La crisi di governo più drammatica fu quella del maggio 1947, dopo il primo avventuroso viaggio negli Stati Uniti. Si trattava di accelerare la fine dei governi di unità nazionale per mettere in sicurezza il Paese e per sperimentare se l’assetto istituzionale impostato nella Costituente funzionasse. Togliatti lo aveva sfidato chiamandolo «Cancelliere di carta». De Gasperi lasciò intendere di essere a favore di un nuovo governo di «concentrazione nazionale» e lasciò che sulla scena riapparissero uomini vecchi: Nitti, Orlando, Bonomi, i quali si misero a litigare tra loro. Comunisti e socialisti erano convinti che si potesse ricucire e anche all’interno della direzione della Democrazia cristiana numerose furono le preoccupazioni che la fine della formula di solidarietà nazionale potesse recare danno al lavoro della Costituente o indebolire le istanze riformatrici presenti nel programma politico della Dc. De Gasperi prese la decisione «in solitaria», come si dice nel linguaggio alpinistico (per inciso: De Gasperi fino a 58 anni ancora arrampicava nelle sue amate montagne trentine). Il IV governo De Gasperi fu in sostanza un governo democristiano ma politicamente caratterizzato dalla presenza di importanti personalità liberali, repubblicane e indipendenti. I meriti del presidente furono di aver intuito prima degli altri che l’antagonismo tra le superpotenze, americana e sovietica, era destinato a crescere; di essere riuscito a spingere le sinistre verso una opposizione al governo ma non al sistema liberaldemocratico; di aver evitato il formarsi di un blocco d’ordine da contrapporre ai socialcomunisti.
Dal 1947 De Gasperi governò con mano sicura compagini ministeriali composte da uomini che godevano della sua assoluta fiducia. Segni, Spataro, Pella, Piccioni, Gonella, Scelba, Vanoni, Marazza, Aldisio, Tupini, Mattarella…: tutte figure adulte capaci di reggere l’urto dei problemi della ricostruzione ma anche esperte di politica e impegnate nel partito. Si concentrava su ogni provvedimento, aiutato da un ristretto gruppo di segretari e sottosegretari molto capaci e discreti. Guidava con circospezione la rete dei rapporti con il Vaticano. Aveva una straordinaria capacità di lettura rapida e di memorizzazione. Le testimonianze rivelano che non alzava mai la voce, ma che non rinunciava a chiamare a rapporto i suoi ministri, anche persone come Einaudi dotate di una alta considerazione di sé. Era dotato di un innato gusto per l’ironia, mai pungente, ma efficace. Governava scrivendo e inviando appunti e istruzioni molto precise. Usava soprattutto matite rosse e blu appuntite. Scriveva su grandi blocchi con una calligrafia grande e chiara. I discorsi che tenne all’estero erano tutti di suo pugno, costruiti con certosina pazienza giorno dopo giorno nei ritagli di tempo.
C’è ancora molto da riflettere sullo spirito costituente di De Gasperi Presidente del consiglio. La sua prospettiva sia come capo politico sia come capo del governo fu limpida: praticare il compromesso tra forze politiche ben strutturate soltanto se funzionale alla libertà politica e all’esercizio della pratica democratica. Per lui la democrazia parlamentare non era solo uno strumento per giungere in seguito alla rivoluzione o alla redenzione, bensì un fine per nobilitare lo spirito costituente che è insito in ogni persona orientata al bene. De Gasperi nobilitò l’idea del compromesso, affidandole un compito costituente, mai destituente.
Se qualcuno si è spinto con troppa enfasi a parlare di «miracolo costituente», nessuno potrà negare che i governi degasperiani ne facessero parte. De Gasperi gettò le basi della costituzione materiale della Repubblica, dei rapporti tra le sue istituzioni, della ricostruzione degli enti territoriali e di quelli funzionali. Ne determinò lo stile, ne dimostrò il valore e l’applicabilità.
Altri, sia pure legittimamente, hanno parlato, per i governi degasperiani tra il ‘48 e il’ 53 di congelamento, se non addirittura di tradimento, costituzionale. Il giudizio non è corretto. Non riconosce che alla base della democrazia italiana stava un compromesso tra forze politiche collocate su fronti molto distanti e confliggenti e che De Gasperi dimostrò che tale patto poteva conservare valore anche senza condividere le responsabilità di governo. Amava ricordare che la costituzione era stata approvata
all’unanimità. Ciò che Leopoldo Elia nel lontano 1970 attribuì come «merito inestimabile» al sistema istituzionale italiano, cioè di «essere ancora vivo», vale anche oggi e lo si deve in parte alle scelte degasperiane che hanno inserito lo spirito costituente in un quadro di riferimento internazionale ed economico sociale che ne ha protetto il significato morale e che è entrato nel costume nazionale.
Dalla posizione in cui si trovava – di capo del governo, di ideologo del cattolicesimo politico e di leader del maggior partito della nazione, De Gasperi esercitò un ruolo di regista che superava di molto la sua posizione di parte. Lo fece senza pretendere alcun privilegio per la sua posizione di capo del governo, difendendo sempre la centralità dell’istituto parlamentare e insieme una giusta dose di autonomia del governo dalle Assemblee e dagli organi di partito. Nel dibattito sulla fiducia del suo primo governo repubblicano riconfermò che in lui dopo la fede religiosa veniva il sentimento della democrazia.
Possiamo perciò dire, in questa sala nella quale tutto passò e molto si decise, che De Gasperi seppe infondere nei suoi governi un autentico spirito costituente. Mentre i partiti scrivevano una ordinata Costituzione democratica, De Gasperi preparava il terreno affinché essa diventasse una «costituente vivente». Molte cose sono cambiate da allora: la partecipazione politica è crollata, l’asse transatlantico è scosso nelle sue fondamenta, le opinioni pubbliche sono spesso manipolate, la costruzione europea sembra bloccata, il diritto internazionale sbeffeggiato, e tuttavia, anche oggi, per chi governa è difficile prescindere dal suo esempio. L’esempio di chi un giorno nel 1948 aveva detto che in politica non si poteva avere «il diritto di disperare».